Amnesty International rapporto 2020 2021

Riportiamo con piacere, si fa per dire, il nuovo rapporto di Amnesty International riferito agli anni 2020 2021. Anni contraddistinti dalla pandemia che ha aggravato una società già profondamente disuguale e discriminante, allargando solchi già esistenti tra le persone.

Alleghiamo l’introduzione e la parte che riguarda l’Italia, sul sito www.amnesty.it potete trovare i vari approfondimenti.

 

INTRODUZIONE

di Agnès Callamard

Segretaria generale di Amnesty International

“Nel 2020, un semplice insieme di molecole ha scosso il mondo intero.

Talmente piccolo da non poter essere visto a occhio nudo, un virus nato a livello locale ha scatenato una pandemia globale con notevole rapidità. Qualsiasi sia l’origine precisa che verrà verificata, il coronavirus (Covid-19) e l’alto numero di vittime che ha provocato sono progrediti in parte grazie a un contesto globale di profonde e ampie disuguaglianze all’interno e tra i paesi. La situazione è stata ulteriormente peggiorata da politiche di austerità che hanno portato allo stremo infrastrutture pubbliche e sistemi sanitari e da istituzioni internazionali indebolite nella forma, nelle funzioni e nella leadership. Ed è ancor più peggiorata sotto la pressione di capi di stato che demonizzano e respingono prove e precetti universali, rivendicando strutture arcaiche di sovranità statale e promuovendo approcci di rifiuto della scienza.

Questa è un’epoca senza precedenti. Ma siamo stati all’altezza della sfida?

Tempi senza precedenti obbligano a dar risposte senza precedenti e richiedono leadership fuori dal comune.

Nel 2020, una leadership eccezionale non è emersa da potere, privilegio o profitti. È arrivata invece da infermieri, dottori e operatori sanitari in prima linea nei servizi per salvare vite umane. Da coloro che si sono presi cura delle persone anziane. Da tecnici e scienziati che hanno realizzato milioni di test ed esperimenti, alla ricerca frenetica dei vaccini. Da coloro che, spesso relegati proprio in fondo della scala dei redditi, hanno lavorato per fornire cibo a tutti noi; da quelli che hanno pulito le strade; da quelli che si sono occupati dei corpi di centinaia di migliaia di morti; da quelli che hanno fatto funzionare i servizi essenziali; da quelli che hanno pattugliato le strade o guidato ciò che rimaneva dei mezzi del trasporto pubblico.

Nel 2020, mentre gran parte del mondo si fermava, sono state queste persone che hanno lottato e hanno fatto la differenza. Così come quelli che sono rimasti a casa in solidarietà, se avevano una casa dove stare, che hanno mantenuto il distanziamento fisico a un forte prezzo emotivo e che si sono presi cura di quelli intorno a loro.

Ma dietro a questo eroismo, la pandemia ha messo a nudo le conseguenze devastanti dell’abuso di potere, ormai strutturale e di lunga data. La pandemia da Covid-19 può non definire chi siamo ma certamente ha amplificato cosa non dovremmo essere.

Sono state nuovamente le singole persone a capirlo con chiarezza e a opporsi. Si sono ribellate contro la disuguaglianza, si sono ribellate contro la violenza della polizia che prendeva sproporzionatamente di mira le persone nere, le minoranze, gli indigenti e i senza dimora. Si sono ribellate all’esclusione, al patriarcato, alla retorica d’odio e ai comportamenti brutali della leadership suprematista. Le richieste dei movimenti Black Lives Matter e #MeToo hanno avuto un’eco mondiale. Le proteste pubbliche contro la repressione e la disuguaglianza si sono riversate sulle strade dalla Bielorussia alla Polonia, dall’Iraq al Cile, da Hong Kong alla Nigeria. Molto spesso sono stati i difensori dei diritti umani e gli attivisti per la giustizia sociale di tutto il mondo che, a rischio della loro stessa incolumità, ci hanno ispirato.

A volte abbiamo intravisto una leadership politica d’eccezione, spesso da parte di donne leader, che hanno preso decisioni coraggiose e difficili per proteggere vite umane, sostenere i sistemi sanitari, fare gli investimenti necessari per trovare soluzioni immediate a una velocità senza precedenti e fornire un sostegno economico a coloro che avevano perso del tutto i mezzi di sussistenza e ne avevano un disperato bisogno.

Ma la pandemia ha anche aumentato nel mondo il potere di leader politici mediocri, bugiardi, egoisti e disonesti.

Mentre scrivo, i paesi più ricchi hanno determinato quasi un monopolio della fornitura mondiale di vaccini, lasciando i paesi con meno risorse ad affrontare le peggiori conseguenze in termini di salute e diritti umani, con uno sconvolgimento economico e sociale che si protrarrà più a lungo nel tempo.

E mentre milioni di persone muoiono e altri milioni perdono i loro mezzi di sussistenza, come valutiamo il fatto che i redditi dei più ricchi miliardari sono cresciuti, che i profitti dei giganti della tecnologia sono aumentati, che i mercati azionari dei centri finanziari di tutto il mondo sono cresciuti? Fondamentalmente, quali sono le loro proposte per sostenere la loro giusta parte del peso della pandemia; per garantire una ripresa equa, giusta e duratura? Agli inizi del 2021, ancora nessuno di loro ha rotto il silenzio.

Come è potuto accadere di nuovo, questa volta durante una pandemia, che l’economia globale abbia fatto sì che quelli che hanno di meno sono quelli che pagano di più?

Il 2020 ha anche messo in evidenza la debolezza della cooperazione internazionale: un sistema multilaterale fatiscente, remissivo verso i più potenti e carente nel sostenere i più deboli, incapace, se non riluttante, ad ampliare la solidarietà a livello globale. La grave irresponsabilità della Cina nei primi giorni della pandemia, quando ha nascosto informazioni cruciali, è stata totalmente disastrosa, mentre la decisione degli Usa di ritirarsi dall’Oms nel mezzo della pandemia ha mostrato un vergognoso disprezzo per il resto del mondo. Meschine misure di compromesso, come la decisione del G20 di sospendere i rimborsi del debito per 77 paesi nel 2020, chiedendo però che il denaro sia restituito con gli interessi in seguito, hanno rischiato di rafforzare disuguaglianze strutturali e difficoltà economiche durante la ripresa dalla pandemia, con gravi possibili conseguenze per i diritti economici e sociali di milioni di persone.

Dopo anni di colossali fallimenti, il 2020 ha solo dato ulteriore prova che le istituzioni politiche mondiali non sono all’altezza degli obiettivi globali che dovrebbero perseguire.

La pandemia ha messo tristemente in luce l’incapacità del mondo di cooperare in modo efficace ed equo, di fronte allo scoppio di un evento globale a bassa probabilità e ad alto impatto. Pertanto, è difficile sfuggire a una sensazione di pericolo imminente quando, guardando al futuro, riflettiamo su una crisi di portata ancora maggiore per la quale non c’è vaccino: la crisi climatica.

Nel 2020, milioni di persone hanno subìto gli effetti catastrofici di eventi climatici estremi. Calamità, aggravate dal riscaldamento globale e dall’instabilità climatica, hanno avuto un pesante impatto sul godimento di vari diritti, tra cui quelli alla vita, al cibo, alla salute, all’alloggio, all’acqua e agli impianti igienici, per milioni di persone: dalla siccità prolungata in Africa Subsahariana e India, fino alle devastanti tempeste tropicali in tutto il sud-est asiatico, nei Caraibi, in Africa meridionale e nel Pacifico, fino agli incendi catastrofici che hanno colpito California e Australia. Qual è stata la risposta? L’impegno preso dai paesi sviluppati, secondo gli Accordi di Parigi, di garantire almeno il valore di 100 miliardi di dollari Usa di finanziamenti per il clima per i paesi in via di sviluppo entro il 2020 non è stato rispettato. Ed è significativo che gli stati non si siano assunti gli impegni necessari per raggiungere l’obiettivo di riduzione globale delle emissioni di gas serra della metà entro il 2030. Ovviamente serve un cambiamento drastico per evitare un innalzamento della temperatura globale di più di 1,5 gradi sopra i livelli pre-industriali, che innescherebbe conseguenze irreversibili.

Sono stati 366 giorni che hanno visto la promozione di egoismo, codardia e mediocrità letali e pericolosi fallimenti derivanti da xenofobia e odio razziale. Questi 366 giorni hanno mostrato semplicemente quanto invariata e attuale sia l’eredità violenta di secoli di razzismo, patriarcato e disuguaglianza. Ma questi 366 giorni ci hanno anche donato forti fonti d’ispirazione per la nostra forza e resilienza come famiglia umana; giorni che hanno mostrato la determinazione delle persone a lottare per i loro diritti e per una ripresa equa e giusta dalla pandemia.

Tempi fuori dal comune richiedono risposte fuori dal comune e leadership fuori dal comune. Per cui, di cosa abbiamo bisogno per creare un mondo molto più resiliente di fronte alle enormi sfide che abbiamo davanti?

Le fondamenta per una società globale sostenibile post pandemia non risiedono solamente nella ripresa. Occorre accertamento delle responsabilità, diritti umani e un ripensamento e riformulazione del nostro rapporto con il nostro habitat, l’ambiente e l’economia.

Le autorità devono immediatamente lavorare per accelerare la produzione e la consegna dei vaccini per tutti. Questa è la prova cruciale, e perfino elementare, per testare la capacità di cooperazione del mondo: pensare globale, agire locale e pianificare a lungo termine. Questo significa tra l’altro sostenere una rinuncia degli Accordi sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale dell’Organizzazione mondiale del commercio, che permetterà il necessario ampliamento della fabbricazione di prodotti per la salute relativi al Covid-19 e garantirà la condivisione da parte delle compagnie farmaceutiche delle loro innovazioni e tecnologie, attraverso licenze aperte e non esclusive, e supportare iniziative come il Pool di accesso alle tecnologie relative al Covid-19 (COVID-19 Technology Access Pool – C-TAP).

Oltre a questo primo passo, una ripresa che “ricostruisca meglio” richiederà più di un riavvio. È necessario un reset che affronti le cause della crisi, attraverso la protezione e il rispetto dei diritti umani, indivisibili e universali.

Per prima cosa, occorre porre fine a un’agenda incentrata su una maggiore “sicurezza” che, dall’11 settembre, ha portato a un’ampia repressione dello spazio civico e che si è ulteriormente ampliata durante la pandemia. Quest’agenda, che conferisce un’aura di normalità a poteri esecutivi e di controllo straordinari, ora rischia di diventare permanente. Deve essere smantellata.

Secondo, una ripresa equa e sostenibile richiede una revisione completa del regime di tassazione pubblica nel mondo. Una tassazione adeguata è un fattore indispensabile per mobilitare risorse necessarie per realizzare i diritti economici e sociali, inclusi i nostri diritti a salute, educazione e previdenza sociale. Una tassazione dei profitti transnazionali equa e conforme ai diritti umani sarà fondamentale, così come gli sforzi coordinati per porre fine all’evasione delle tasse e all’elusione fiscale aggressiva. Gli stati dovrebbero mettere in campo una nuova tassa sui combustibili fossili, da applicare ai profitti delle aziende energetiche e ai dividendi degli azionisti derivanti dalla loro attività con i combustibili fossili, al fine di spingere gli azionisti e le compagnie a passare alle energie rinnovabili, senza imporre l’onere maggiore ai consumatori.

In una società post-pandemia non c’è spazio per decisioni poco lungimiranti. Finché a dominare l’economia globale saranno gli investimenti poco regolamentati, speculativi ed eccessivamente avidi, in attività tutte incentrate sul carbonio, la crisi climatica non farà che peggiorare, portando con sé molteplici violazioni e avvicinandoci sempre più velocemente un punto di non ritorno, che mette in pericolo l’esistenza stessa della famiglia umana.

Terzo, dobbiamo affrontare la realtà che lo stato nazionale sovrano, che agisce da solo e per se stesso, per affrontare queste sfide globali non ha più strumenti di quanti ne abbiano i freni della bicicletta per fermare un aereo.

Riformare la governance globale e riadattare le istituzioni mondiali per rafforzare e consentire la realizzazione dei diritti umani è una condizione preliminare per una forte ripresa. Non possiamo accettare l’approccio “selettivo” adottato da alcuni stati, che scelgono le ciliegie migliori dalla torta della governance globale, lasciando indietro gli ingredienti “scomodi” come i diritti umani, l’assunzione della responsabilità e la trasparenza.

Per una governance globale all’altezza dell’obiettivo, occorre un controllo mondiale su come norme e standard internazionali sui diritti umani vengono implementati. È necessario per prevenire genocidi e crimini contro l’umanità; abuso di potere e corruzione; censura spietata e repressione del dissenso; discriminazione, forza bruta e tortura da parte di coloro il cui compito è quello di proteggerci.

Per alimentare l’innovazione, la creatività e l’inventiva necessarie per trovare la nostra strada verso una ripresa resiliente e sostenibile, occorre che le nostre libertà siano supportate, difese e protette, non limitate. La governance globale non sarà in grado di affrontare obiettivi globali finché, o a meno che, le sue operazioni non siano profondamente intrecciate con un sistematico coinvolgimento della società civile globale, che deve essere valorizzata e rispettata. È questo che dobbiamo pretendere. È questo che dobbiamo rivendicare. È per questo che dobbiamo organizzarci. E, come società civile, dobbiamo anche assicurarci di essere pronti.

Il 2020 ci ha insegnato ancora una volta lezioni che ignoravamo, a scapito delle generazioni future: l’interdipendenza della famiglia umana; l’universalità di ciò che “noi, il popolo” chiediamo alla governance in tempi di crisi e quanto il nostro futuro sia inscindibile dal futuro che stiamo creando per il nostro pianeta. Ci ha di nuovo insegnato, in altre parole, l’essenza dei diritti umani.

La domanda a cui rimane da rispondere è: saremo abbastanza audaci da capire ciò che deve essere fatto e abbastanza coraggiosi da andare avanti e farlo, su larga scala e a ritmo serrato?”

ITALIA

“Le autorità hanno assunto decisioni che hanno aumentato il rischio di contagio da Covid-19 per gli anziani nelle case di riposo, causando decessi che avrebbero potuto essere evitati. L’accesso di rifugiati e migranti al territorio italiano è stato ridotto e i loro diritti sono stati limitati durante il lockdown. È proseguita la cooperazione con le autorità libiche sulla migrazione. Le Ong di soccorso hanno continuato a essere criminalizzate. Si sono verificati numerosi decessi in custodia e segnalazioni di tortura. Le persone indigenti e senza dimora hanno affrontato il lockdown in una condizione di alloggi inadeguati. I casi di violenza domestica sono aumentati durante il lockdown.

 

CONTESTO

I casi di Covid-19 sono cominciati all’inizio dell’anno, colpendo in particolare il nord del paese. A fine marzo, il sistema sanitario e le strutture per la sepoltura della regione Lombardia erano sovraccarichi. Sono state messe in atto misure senza precedenti per isolare alcune città e in seguito tutte le regioni settentrionali prima che, il 9 marzo, le misure di lockdown fossero estese al resto del paese. Il 3 maggio, il governo ha iniziato a revocare le restrizioni. A partire da febbraio sono state adottate per decreto misure d’emergenza che hanno limitato i movimenti e i raduni. Il governo ha iniziato ad allentare le restrizioni al lockdown nazionale il 3 maggio ma più avanti nell’anno sono state imposte altre limitazioni a livello nazionale e regionale.

 

DIRITTO ALLA SALUTE

A fine anno, oltre 74.159 persone erano morte per il Covid-19. Gli anziani rappresentavano l’85,7 per cento del totale.

L’impatto del Covid-19 è stato significativamente diverso nelle varie parti del paese e le persone anziane nelle case di riposo al nord sono state particolarmente colpite. Le decisioni a livello nazionale e locale, insieme alla mancata implementazione di adeguati meccanismi di protezione, hanno aumentato il rischio di esposizione al virus per i residenti. Alcune regioni e aziende sanitarie locali hanno consentito la dimissione di pazienti infetti o potenzialmente infetti dagli ospedali, trasferendoli nelle case di riposo, senza garantire meccanismi adeguati per prendersi cura di loro. Il ministero della Salute, le regioni e le aziende sanitarie locali non sono state in grado di rendere pubblici dati e informazioni cruciali relativi all’impatto del Covid-19 nelle case di riposo.

I lavoratori delle case di riposo non avevano a disposizione dispositivi di protezione individuale (Dpi) e test, circostanza che li ha esposti a un rischio maggiore di infezione da Covid-19.

 

RIFUGIATI, RICHIEDENTI ASILO E MIGRANTI

A fine anno, 34.154 persone, di cui 4.631 minori non accompagnati, erano arrivate irregolarmente via mare.

Il 7 aprile, l’Italia ha chiuso i porti agli sbarchi e ha dichiarato che, a causa della pandemia, il paese non era un luogo sicuro per i soccorsi effettuati da navi battenti bandiera straniera, al di fuori della sua regione di ricerca e soccorso. La misura è sembrata prendere di mira le navi delle Ong che spesso, dopo i soccorsi, sono state lasciate in mare per giorni senza istruzioni. Quando il trasferimento in Italia è stato autorizzato, le persone soccorse sono state poste in quarantena su grandi navi, generalmente per due settimane, prima di essere trasferite a terra. Centinaia di rifugiati e migranti sono arrivati autonomamente, per la maggior parte sull’isola di Lampedusa, provocando un grave sovraffollamento nel centro di accoglienza locale. Per i rifugiati e migranti sull’isola è stato difficile aderire alle norme sul distanziamento fisico e il periodo di quarantena veniva reimpostato a ogni nuovo arrivo.

A ottobre, un ragazzo di 15 anni non accompagnato della Costa d’Avorio è morto in un ospedale di Palermo, dopo aver passato la quarantena su una nave dove i medici avevano richiesto lo sbarco anticipato a causa del peggioramento della sua salute. Secondo quanto riferito, mostrava segni di torture subite in Libia.

A dicembre, il parlamento ha riformato le due leggi sulla sicurezza, note come “decreti sicurezza”, approvate nel 2018 e nel 2019. La nuova legge 173/2020 ha reintrodotto la protezione umanitaria, che era stata abolita nel 2018 e aveva privato di uno status regolare circa 37.000 persone. Ha inoltre ridotto la durata massima della permanenza nei centri di detenzione per rimpatrio, da 180 a 90 giorni. Nelle strutture più piccole sono state reintrodotte anche una migliore assistenza e accoglienza per i richiedenti asilo, facilitando l’integrazione.

Criminalizzazione della solidarietà

Le autorità hanno continuato a penalizzare le Ong per le loro attività di soccorso in mare. Le navi sono state ispezionate e sequestrate e sono state ripetutamente inflitte ammende.

Ci sono stati alcuni sviluppi positivi per le Ong di soccorso. A febbraio, la Corte di cassazione di Roma ha stabilito l’illegittimità dell’arresto della capitana della Sea Watch 3, Carola Rackete, nel giugno 2019, dopo che era entrata nelle acque territoriali nonostante il divieto delle autorità. La corte ha stabilito che stava adempiendo al suo dovere di soccorrere le persone in mare e che un’operazione di salvataggio si conclude con lo sbarco in un luogo sicuro. A novembre, il tribunale di Ragusa ha respinto le accuse di traffico di esseri umani nei confronti di due membri dell’equipaggio della nave dell’Ong Proactiva Open Arms, in relazione a un salvataggio del 2018, riconoscendo che avevano agito in “stato di necessità”.

I 10 membri dell’equipaggio della nave di soccorso Iuventa erano ancora in attesa della chiusura di un’indagine per facilitazione d’ingresso irregolare, avviata nel 2017 dalla procura di Trapani.

La legge 173/2020, approvata a dicembre, ha abolito il divieto di entrare nelle acque territoriali per le navi di soccorso e le pesanti sanzioni amministrative associate, a condizione che i soccorsi fossero condotti secondo il diritto internazionale, coordinati dalle autorità marittime competenti e che lo stato di bandiera della nave di soccorso fosse informato. Tuttavia, le violazioni sono rimaste punibili con sanzioni penali fino a 50.000 euro e con la reclusione fino a due anni. Il ministro dell’Interno avrebbe potuto comunque vietare l’ingresso nelle acque territoriali per motivi di ordine pubblico e sicurezza e nei casi di tratta di esseri umani.

Cooperazione con la Libia

È continuata la cooperazione con la Libia sul controllo delle frontiere, che ha portato all’intercettazione da parte delle autorità libiche di oltre 11.265 persone, fatte poi sbarcare in Libia, dove rifugiati e migranti hanno continuato a subire torture e altri abusi sistematici (cfr. Libia).

A gennaio, il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha chiesto all’Italia di sospendere le attività di cooperazione che si traducevano, direttamente o indirettamente, nel rientro in Libia di persone intercettate in mare. Tuttavia, il memorandum d’intesa del 2017 con la Libia, a sostegno della collaborazione tra i due paesi in materia di controllo delle frontiere, è stato automaticamente prorogato per altri tre anni. A febbraio, il governo italiano ha proposto alcune leggere modifiche, sottolineando la necessità di migliorare le garanzie sui diritti umani per rifugiati e migranti ma queste non sono state accettate dal governo libico d’intesa nazionale. L’Italia ha comunque continuato a sostenere le autorità marittime libiche, anche protraendo il dispiegamento di personale militare italiano in Libia.

A maggio, il tribunale di Messina ha condannato in primo grado tre cittadini stranieri a 20 anni di reclusione per tortura di rifugiati e migranti in un centro di detenzione a Zawiya, in Libia.

Ad agosto, cinque richiedenti asilo eritrei sono sbarcati a Roma, muniti di visti concessi dalle autorità italiane per consentire loro di chiedere asilo in Italia. Il rilascio dei visti era stato ordinato nel 2019 da un tribunale italiano, che aveva stabilito che il gruppo era stato illegalmente respinto in Libia 10 anni prima.

A ottobre è iniziato, dinanzi al tribunale di Catania, il processo contro l’ex ministro dell’Interno per l’illegittima privazione della libertà di oltre 100 persone soccorse sulla nave della guardia costiera italiana Gregoretti, nel luglio 2019.

 

DIRITTO ALLA VITA

Sono stati registrati numerosi decessi in custodia nelle carceri e nei centri di rimpatrio, in un contesto di maggiore isolamento dei detenuti dalla società e di riduzione dei servizi, compresa l’assistenza sanitaria psicologica, a causa della pandemia da Covid-19. A marzo si sono verificati 13 decessi nelle carceri a seguito di disordini in alcuni istituti. Diverse morti sono state dovute a overdose, dopo che i detenuti avevano ottenuto accesso alle forniture mediche delle infermerie.

Due uomini, di nazionalità georgiana e albanese, sono morti rispettivamente a gennaio e a luglio nel centro di rimpatrio di Gradisca d’Isonzo, in Friuli-Venezia Giulia. A fine anno le indagini erano ancora in corso.

 

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI

Sono pervenute numerose segnalazioni di torture e altri trattamenti crudeli, disumani o degradanti da parte di personale carcerario e agenti di polizia.

Erano in corso le indagini sulle denunce dei pestaggi di detenuti da parte di agenti penitenziari, che hanno provocato diversi feriti gravi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, vicino a Napoli, avvenuti il 6 aprile, quando circa 300 agenti penitenziari sono stati fatti entrare per un’ispezione.

A luglio, i pubblici ministeri di Torino hanno accusato 25 persone, tra cui il direttore del carcere e molti agenti, di aver commesso o facilitato la tortura e altri maltrattamenti contro i detenuti, tra marzo 2017 e settembre 2019.

A fine anno era in corso il processo a cinque agenti penitenziari e un medico, accusati di tortura in relazione a un caso del 2018 nel carcere di San Gimignano, Siena. Altri 15 agenti penitenziari sono rimasti sotto inchiesta.

 

DIRITTO ALL’ALLOGGIO E SGOMBERI FORZATI

A marzo, il governo ha sospeso gli sgomberi e successivamente ha prorogato il provvedimento fino alla fine dell’anno. Nonostante ciò, ad agosto, le autorità locali hanno sgomberato con la forza l’insediamento rom al Foro Italico, a Roma. La maggior parte dei residenti aveva abbandonato le abitazioni nei giorni precedenti. Molte famiglie sono rimaste senza casa.

Le autorità locali non sono riuscite a garantire che i lavoratori migranti impiegati per raccogliere frutta, spesso in condizioni di sfruttamento, nella Piana di Gioia Tauro, in Calabria, avessero accesso a un’adeguata protezione contro il Covid-19, compresi alloggi adeguati. Centinaia di migranti hanno vissuto la pandemia in insediamenti informali privi di elettricità e servizi igienici e con un accesso inadeguato ad acqua potabile e cibo.

Molti senza dimora in tutto il paese non hanno potuto accedere ad alloggi sicuri durante il lockdown e hanno avuto difficoltà a trovare cibo e assistenza a causa della chiusura di cucine pubbliche e dormitori, in cui erano stati registrati casi di Covid-19.

 

DIRITTI DELLE DONNE

Le Ong per i diritti delle donne hanno segnalato un aumento della violenza domestica durante il lockdown. I dati ufficiali hanno registrato oltre 23.000 chiamate al numero nazionale per l’assistenza, che nel 2019 ne aveva ricevute circa 13.400.

A ottobre, il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, incaricato della supervisione dell’attuazione della sentenza della Corte europea dei diritti umani nella causa Talpis vs. Italia, ha espresso preoccupazione per l’alto tasso d’interruzione nella fase preprocessuale dei procedimenti per violenza domestica. Il Comitato ha chiesto che entro il 31 marzo 2021 le autorità fornissero informazioni e dati sugli ordini di protezione e sulle valutazioni dei rischi per le vittime.

La prevalenza di ginecologi che si oppongono all’aborto per motivi di coscienza è rimasta un ostacolo significativo all’accesso al diritto all’aborto. Ad agosto, il ministero della Salute ha approvato nuove linee guida per estendere l’accesso all’aborto medico.”

Tutti questi dati accompagnati da una riflessione ci dovrebbero far capire che siamo arrivati a punti di non ritorno molto gravi, occorre ritrovare una nuova umanità che abbia gli strumenti necessari per affrontare questi cambiamenti in atto ormai da anni ma che fino ad oggi ci siamo limitati a gestire solo in un’ottica di emergenza.

facebook: amnesty international
web: www.amnesty.it
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Valentina

Mamma, moglie, giornalista per passione. Laureata in Storia e Tutela dei Beni Artistici a Firenze, appassionata di politica, sono impiegata dai tempi dell’università nella grande distribuzione. Iscritta all’Ordine dei Giornalisti della Toscana ho collaborato con testate locali e con l’Informatore di Unicoop Firenze.

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