“Come eri vestita?” Storie di violenza in mostra

“WHAT WERE YOU WEARING?”, in italiano: “Come eri vestita?”. Questo è il titolo che è stato dato ad una mostra organizzata in una scuola del Kansas, negli Usa, e che ora è possibile vedere anche qui da noi in Italia. Tutto parte dalla domanda che le vittime di stupro si sentono porgere quando vanno a fare denuncia per una violenza subita. Domanda riservata solo alle donne stuprate, come se ciò che si indossa cambiasse qualcosa o avesse una qualsiasi rilevanza. Richiesta offensiva inutile e dannosa dalla quale gli studenti della scuola del Kansas hanno preso spunto per allestire la mostra con gli abiti delle donne vittime di stupro. Non gli abiti originali ma fedeli a quelli descritti dalle vittime durante gli assurdi interrogatori, una violenza dopo l’altra. Con i social e la comunicazione ormai dilagante e che arriva in ogni angolo del mondo, gli abiti suscitano emozione e scuotono la coscienza delle persone. La mostra è composta da 18 vestiti, accanto ad ogni vestito un pannello con la storia vera raccontata dalla vittima che ha subito violenza e che indossava un vestito simile. Vestiti, pantaloni, maglioni, magliette, tutto di uso comune. Gli studenti statunitensi dopo aver parlato con le vittime hanno portato i vestiti ed allestito la mostra. Alcune testimonianze che fanno venire i brividi come raccontano le vittime: <T-shirt e jeans. È successo tre volte nella mia vita, con tre persone diverse. E ogni volta avevo addosso t-shirt e jeans», racconta uno dei cartelli. «Un vestitino carino. Mi è piaciuto appena l’ho visto (…) volevo solo divertirmi quella notte (…) Mi ricordo di come strisciavo sul pavimento cercando quello stupido vestito», è la storia legata a un abitino rosso. «Un prendisole. Mesi dopo mia madre, in piedi davanti al mio armadio, si sarebbe lamentata del fatto che non lo avevo più messo. Avevo sei anni», rivela un’ex bambina dall’infanzia violata>. 

“Come eri vestita?” è una domanda inutile. Non importa ciò che indossi, chi abusa non guarda al vestito che porta la vittima. Bambina, donna, al parco, in casa, amici, sconosciuti. Con un paio di pantaloni o con un prendisole che poi non vorrai mai più vedere ne toccare. I pregiudizi purtroppo sono duri a morire, quei 18 vestiti ci raccontano storie di donne violate, che non hanno provocato lo stupratore, che non “se la sono cercata” come ancora si sente dire, purtroppo anche nelle aule di giustizia. Le vittime non sono mai consenzienti come si vuole far passare spesso durante i processi. La mostra che ora è allestita anche in Italia è partita da Milano lo scorso 8 marzo e girerà in diverse città fino al 25 novembre.

Per tutte le informazioni e gli approfondimenti: www.liberesinergie.org

 

Valentina Vespi

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Valentina

Mamma, moglie, giornalista per passione. Laureata in Storia e Tutela dei Beni Artistici a Firenze, appassionata di politica, sono impiegata dai tempi dell’università nella grande distribuzione. Iscritta all’Ordine dei Giornalisti della Toscana ho collaborato con testate locali e con l’Informatore di Unicoop Firenze.

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