Due bambine e la Shoah

La storia di Andra e Tatiana Bucci è quella di due bambine di 4 e 6 anni che una sera, mentre sono nella loro casa di Fiume con la famiglia, vengono arrestate perché ebree e portate prima alla Risiera di San Sabba e poi nell’inferno di Auschwitz. All’arrivo al campo nazista perdono subito la nonna materna e una zia che vengono mandate alla camera a gas. Loro due, insieme al cugino Sergio, vengono portati al kinderblock, il blocco dei pochissimi bambini che entravano nella più grande fabbrica di morte dell’Europa nazista e che non venivano inviati subito alla morte. Da Auschwitz sono passati 230.000 bambini di tutta Europa, solo una cinquantina sono sopravvissuti alle selezioni e alle violenze dei nazisti. Mentre sono rinchiuse lì passano le loro giornate spesso annoiandosi, giocando con gli altri bambini e accudite, se così si può dire, dalla blockova dall’identità sconosciuta che ha verso di loro un trattamento di favore. Ad Auschwitz un maglione o una razione più abbondante, o semplicemente il caso, poteva salvarti la vita. E così è stato per le piccole Andra e Tati. Per qualche mese la madre riesce a far loro visita, una madre che anche loro dopo qualche tempo stentano a riconoscere: “Arrivava verso sera la mamma, dopo la lunga giornata di lavoro. Era stremata. Ci incontravamo per brevissimo tempo fuori dalla baracca. riuscivamo ancora a riconoscerla, benché non avesse più capelli, fosse magrissima ed emaciata. Nel nostro ricordo c’è anche la paura, facevamo fatica ad accettarla così diversa. Quegli incontri serali sono per noi un ricordo prezioso, lei arrivava ci abbracciava ci baciava e la prima cosa che faceva era ripeterci i nostri nomi. Ci diceva: “Ricordati, il tuo nome è Liliana Bucci” e “Ricordati, il tuo nome è Andra Bucci”. ”

Molto dopo le sorelle Bucci hanno capito il comportamento ed il perché di quel ripetere il loro nome, così come molto dopo avrebbero riabbracciato la madre e ricostruito con lei un rapporto normale, come quello prima dell’arresto e della deportazione. C’è un aspetto nel loro rapporto che mi ha sempre colpito, ho incontrato e parlato spesso con Andra e Tati e loro mi hanno sempre detto che con la madre non hanno mai parlato di quei momenti, quando molto dopo si sono ritrovate miracolosamente, la loro mamma speciale e forte come una roccia ha sempre sorvolato su quei momenti. Lei voleva che le sue bambine riprendessero una vita normale, dimenticando ciò che di terribile era successo loro. L’amore per la madre da parte delle sorelle è nelle loro parole, è nel modo in cui parlano di lei, un giorno durante un pranzo Tati mi stava facendo vedere delle vecchie foto in bianco e nero della famiglia, e così ho chiesto chi di quelle era la loro mamma. La risposta di Andra non è tardata ad arrivare: “La più bella”. Parole accompagnate da un’espressione piena di amore.

Al contrario di loro il cugino Sergio non si salvò. Come raccontano le sorelle: “Ricordiamo benissimo il giorno in cui Sergio lasciò Birkenau per Amburgo. Il nostro cruccio più grande e un pensiero fisso nel nostro cammino dopo la guerra è lui. La blockova ci disse che il giorno dopo sarebbe venuto un uomo a chiedere chi voleva rivedere la mamma, noi non avremmo dovuto farci avanti, per nessuna ragione ci disse lei. Lo dicemmo anche a Sergio, ma l’indomani quando arrivò l’uomo con la divisa, a differenza delle altre volte che ne arrivava uno con il camice bianco, Sergio fece quel maledetto passo avanti. Noi restammo immobili, in lui prevalse la voglia comprensibile di rivedere la mamma. Vedemmo Sergio partire insieme ad altri diciannove bambini, felici dietro le sbarre del vagone che li stava per portare via. Lo salutammo con le manine alzate. Quella è stata l’ultima volta che lo abbiamo visto, solo molti anni dopo abbiamo conosciuto la verità sulla sua fine atroce in una scuola di Amburgo”. La storia di Sergio De Simone, terribile e comune a molti bambini in quegli anni, è una storia che merita di essere raccontata a parte. Oggi Sergio viene ricordato in diversi luoghi, uno in particolare è a me molto caro, perché fortemente voluto da me e inaugurato insieme a Andra e Tati nel gennaio 2019, e si trova nel giardino della scuola dell’infanzia Ilaria Alpi di Montemurlo, una targa con il suo nome lo ricorderà per sempre.

Andra e Tati vengono liberate il 27 gennaio 1945: “I soldati hanno divise diverse, sorridono e ci offrono da mangiare. Hanno il berretto con la stella rossa, ci portano a Katowice e dopo a Praga, non sappiamo perché. Di quei giorni ci ricordiamo la confusione, tante organizzazioni come la Croce Rossa Internazionale e le organizzazioni ebraiche erano all’opera per cercare di aiutare i profughi di tutta Europa a ricongiungersi alle proprie famiglie e al proprio destino.” Vite spezzate in cerca di familiari sperduti chissà dove, in tutto questo caos le sorelle partono alla volta di Praga dove vengono ospitate in un orfanotrofio che, molti anni dopo, hanno provato a ricercare ma non hanno mai ritrovato, e vengono mandate a scuola. Italiano, tedesco, ceco. Una babele di lingue irrompe nella vita delle due bambine, rimangono lì dalla primavera del 1945 all’aprile del 1946 quando chiesero loro chi era ebreo e alla loro risposta positiva furono imbarcate su un piccolo aereo militare e portate in Inghilterra. Sarà per loro una vera e propria rinascita. Dal grigio e asettico ambiente di Praga all’attenzione e all’amore della bella casa di Lingfield gestita da Alice Goldberger, arrivata in Inghilterra nel 1939 da Berlino e voluta lì da Anna Freud, figlia di Sigmund e Martha Freud, specializzata in psicologia infantile e autorità nel panorama culturale britannico. Raccontano le sorelle: “A Lingfield abbiamo ricominciato a vivere. Eravamo cinque bambini ebrei in tutto provenienti da Praga, lì abbiamo recuperato la nostra dignità e personalità che i nazisti avevano cercato di annientare ad Auschwitz. Giocattoli, bambole, letti morbidi e puliti e cibo buonissimo. Ci siamo sentite amate, avevamo bisogno di affetto ed empatia ed è quello che ci hanno dato. Qualche anno fa siamo tornate a vedere la nostra casa inglese, dopo essere stata abbandonata fu comperata da un ricco signore il quale venuto a conoscenza del segreto custodito dall’edificio decise di restaurarlo com’era allora in omaggio alla sua bellissima storia”. Nell’ottobre del 1946 la Goldberger chiamò le bambine nel suo ufficio separatamente e mostrò loro la foto del matrimonio della loro madre e del loro padre, tutte e due li riconobbero: “Sono mamma e papà”, e lei disse loro le parole più belle: “Sono vivi. Vi hanno ritrovato”. Le bambine felici ed emozionate fanno ritorno a Roma, un ritorno che merita anche questo un capitolo a parte, e riprendono con fatica una vita normale con la madre e il padre, anche lui di ritorno da una lunga prigionia.

Andra e Tati sono due donne speciali che ho avuto la fortuna di conoscere nel 2009, intimorita dalla loro storia e dalla loro forza straordinaria, solo qualche anno dopo ho trovato il coraggio di parlare con loro. Oggi non posso fare a meno di chiamarle, parlare con loro ogni volta è una ventata di energia vita e speranza. Perché il loro messaggio più importante è proprio questo, hanno avuto dopo la guerra una vita molto bella, come dicono loro, e hanno avuto la capacità di guardare avanti e di immaginare il futuro. La loro forza sono stati i loro mariti, i loro figli che ho avuto la fortuna di conoscere e i loro nipoti che amano alla follia. Sono testimoni instancabili che parlano con migliaia di ragazzi all’anno, hanno recuperato la loro storia, hanno capito meglio la loro madre e si sentono utili agli altri. Voglio un bene sconfinato a queste due donne che considero delle nonne speciali e che in questi anni si sono autodefinite bisnonne dei miei bambini che le conoscono e le adorano, spero di essere presente il giorno che Tati si metterà la maglietta dei Sex Pistols che le ho regalato e con la quale ballerà davanti al cancello di Auschwitz con i suoi nipoti.

“… Nonostante tutto il dolore e la sofferenza che gli altri possono avere inflitto a noi e ai nostri cari in nome di un’ideologia assurda e insensata, noi siamo qui. E non siamo solo sopravvisute. Abbiamo vissuto: siamo state in grado di costruirci una vita, una bella vita. Questo per noi è importantissimo, perché è un messaggio di speranza.”

 

Per chi vuole approfondire vi consiglio il loro bellissimo libro “Noi, bambine ad Auschwitz” di Andra e Tatiana Bucci, edito da Mondadori, collana Strade Blu.

 

 

Valentina Vespi

 

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Valentina

Mamma, moglie, giornalista per passione. Laureata in Storia e Tutela dei Beni Artistici a Firenze, appassionata di politica, sono impiegata dai tempi dell’università nella grande distribuzione. Iscritta all’Ordine dei Giornalisti della Toscana ho collaborato con testate locali e con l’Informatore di Unicoop Firenze.

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